AI-Act: Non ce lo chiede nessuno. Lo diciamo lo stesso.

Quante volte, questa settimana, hai scritto, o firmato, qualcosa con l'aiuto dell'IA senza dirlo a chi lo avrebbe letto/ricevuto?

Giulia Bladier

Non ce lo chiede nessuno. Lo diciamo lo stesso

Non è un rimprovero: è quasi la norma, ormai, per chiunque lavori davanti a uno schermo. L’IA è entrata nel lavoro quotidiano di tutti in punta di piedi, senza annunciarsi, non come uno strumento che si sceglie di adottare, quanto piuttosto come un’abitudine che si accumula giorno dopo giorno, mail dopo mail, bozza dopo bozza. La vera domanda oggi non è se la si utilizzi. Quella, ormai, ce la siamo tolti quasi tutti. La domanda è: lo dici, quando conta?

Il 2 agosto 2026, praticamente tra meno di un mese, entra in applicazione l’obbligo di trasparenza dell’Art. 50 dell’AI Act. Il perimetro, però, è più circoscritto di quanto si potrebbe pensare: riguarda soprattutto i sistemi pensati per interagire direttamente con le persone, come i chatbot, la marcatura tecnica di alcuni contenuti sintetici, i deepfake, e i contenuti testuali generati o manipolati dall’IA quando vengono pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico, con specifiche eccezioni legate alla revisione umana e alla responsabilità editoriale. Non impone, di per sé, di dichiarare genericamente ogni supporto ricevuto dall’IA nella scrittura di un documento interno o di un’offerta commerciale.

È una data che non si è spostata: quando lo scorso 7 maggio Consiglio e Parlamento hanno raggiunto un accordo provvisorio sul pacchetto Omnibus, poi confermato con il via libera definitivo del Consiglio il 29 giugno, a slittare sono stati soprattutto gli obblighi sui sistemi ad alto rischio; la nuova applicazione è fissata al 2 dicembre 2027 per i sistemi stand-alone dell’allegato III, e al 2 agosto 2028 per quelli incorporati nei prodotti dell’allegato I. L’obbligo di trasparenza dell’Art. 50, invece, è rimasto fermo alla sua data originaria.

È un dettaglio piccolo, ma dice qualcosa di preciso su cosa il legislatore europeo ha deciso di considerare urgente in questa fase: non tanto la tecnologia in sé, quanto la possibilità per le persone di sapere quando ci stanno interagendo, che sia la chat con un assistente o, più a monte, un contenuto pubblico scritto con un aiuto che non è stato dichiarato. Non tutto il resto, però, può aspettare allo stesso modo: l’obbligo di AI literacy dell’Art. 4 è già in vigore dal 2 febbraio 2025, e chiede a chi fornisce o utilizza sistemi di IA di garantire che il proprio personale abbia un livello di competenza e consapevolezza adeguato. Documentazione tecnica, valutazioni di conformità e sistemi di gestione qualità per i sistemi ad alto rischio possono aspettare fino al 2027-2028. La trasparenza dell’Art. 50, no, dal 2 agosto. E la consapevolezza di chi lavora con l’IA, no, già da un anno e mezzo.

Per molte aziende italiane, questa scadenza arriva in un momento scomodo. L’intelligenza artificiale è entrata nei processi aziendali nella sua forma più comoda: silenziosa, operativa, senza un piano dietro. Ha iniziato a scrivere bozze, generare contenuti, rispondere a clienti, e spesso per iniziativa di singole persone o reparti, non per una vera e propria decisione aziendale. Il risultato è che oggi molte imprese non hanno ancora una mappa chiara di dove venga usata l’IA al proprio interno, né una policy su chi debba rivedere e approvare quello che l’IA produce prima che esca verso un cliente.

Noi, in INNOVENGER, questo lo abbiamo già affrontato. La formazione interna sugli obblighi dell’AI Act, non è nata come iniziativa spontanea di sensibilizzazione: è la nostra risposta concreta proprio all’Art. 4, il modo in cui abbiamo scelto di distinguere fin da subito tre piani diversi: l’AI literacy, già obbligatoria; la trasparenza dell’Art. 50, in arrivo il 2 agosto; i requisiti sui sistemi ad alto rischio, rinviati al 2027-2028. Tre orologi diversi, che meritano risposte diverse.

E abbiamo preferito giocare d’anticipo anche sul resto, prima che diventasse un problema.

 

 La scelta che abbiamo fatto, che nessuno ci imponeva

 

Da qualche tempo ormai, proprio in ottica AI Act, i materiali che produciamo – proposte, documenti tecnici, presentazioni – portano una piccola nota in calce, vicino alla riga di copyright: dichiariamo quando quel documento è stato redatto anche con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, e garantiamo che ogni contenuto sia stato rivisto e
validato da una persona del nostro team prima di uscire.

Per la maggior parte di questi materiali, l’obbligo dell’Art. 50 non si applicherebbe: non si tratta di un chatbot che parla con qualcuno, stiamo scrivendo un documento.
Potremmo restare in silenzio su questo, e nessuno se ne accorgerebbe; l’AI Act non richiede quella nota, e non esiste comunque un bollino unico “AI Act Compliant” da affiggere ai nostri prodotti, come si farebbe con una certificazione ISO. Gli obblighi cambiano da sistema a sistema, in base a quanto quel sistema incide sulle persone: un modulo che si limita a mostrare una dashboard non ha nulla a che fare, dal punto di vista normativo, con un modulo che stima il rischio di abbandono di un dipendente. Trattarli allo stesso modo, con la stessa formula rassicurante, sarebbe impreciso, e prima o poi qualcuno se ne accorgerebbe.

Ma in INNOVENGER quella nota in calce la scriviamo lo stesso, anche dove non è richiesta. Non per obbligo, per coerenza. Non si può costruire prodotti che aiutino i clienti a essere trasparenti in termini di IA verso i loro dipendenti/utenti, e poi non esserlo per primi sul modo in cui si lavora. Sarebbe una contraddizione silenziosa, di quelle che di
solito qualcuno nota, e statisticamente, nel momento meno opportuno. 
Lo stesso principio lo applichiamo ai prodotti, non solo ai documenti che li accompagnano, senza mescolare le due cose, perché la stessa cosa non sono. Nei prodotti conversazionali, gli assistenti che rispondono direttamente alle persone, dichiariamo sempre che dall’altra parte c’è un’IA, anche quando il contesto lo rende già abbastanza chiaro.

Nei moduli che toccano decisioni sui lavoratori – chi segnala un rischio di abbandono, chi misura la performance di un manager – andiamo oltre la semplice dichiarazione: mettiamo per iscritto cosa quel sistema non farà mai. Non decide al posto di nessuno: segnala soltanto, e la decisione resta sempre a una persona. Questo però non è una scorciatoia per uscire dalla classificazione ad alto rischio: sistemi come questi, che toccano occupazione, gestione dei lavoratori o valutazione delle prestazioni, possono comunque rientrarci a seconda dello scopo e delle modalità d’uso, e in quel caso la supervisione umana è una salvaguardia necessaria, non un’esenzione automatica. Per questo le precauzioni che stanno dietro a quella frase non restano a parole – log conservati, un responsabile nominato per la sorveglianza umana, la documentazione di valutazione del rischio pronta prima ancora che qualcuno la chieda. 

Cosa cambia in pratica

Chi riceve un documento da INNOVENGER, un’offerta, un’analisi, un allegato tecnico, trova sempre più spesso una riga che spiega come è stato costruito. Per i documenti tecnici o destinati a chi in azienda si occupa di compliance, quella riga si fa più estesa e specifica, perché è lì che la domanda arriva prima e con più peso.

Non è un gesto di marketing della trasparenza. È la stessa logica che chiediamo di applicare ai sistemi che progettiamo per i nostri clienti: la risposta a una domanda scomoda deve esistere prima che qualcuno la faccia. Chi aspetta di essere interrogato ha già perso il momento in cui quella trasparenza vale di più.

Il punto, in una frase

L’AI Act non è un traguardo da tagliare una volta e poi archiviare: è un modo diverso di guardare ogni sistema che si costruisce e ogni documento che si firma. Il 2 agosto la legge chiederà a molti di dirlo. Noi, abbiamo iniziato prima. Perché è il modo più semplice per continuare a fidarci di quello che scriviamo, e perché chi lavora con noi possa
fare lo stesso.

Giulia Bladier

Senior Scrum Master & Agile Coach for INNOVENGER